Pedagogia nera, dal passato ad oggi.
- tfrancesconi
- 14 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Come Professionista, sento il bisogno di approfondire e portare l'attenzione sul tema della pedagogia nera, un ambito di studio che interroga in modo critico le radici culturali e storiche di molti modelli educativi ancora oggi diffusi.
La pedagogia nera descrive pratiche educative fondate su controllo, punizione, svalutazione emotiva e obbedienza, spesso legittimate dall’idea che siano funzionali alla crescita e alla formazione del carattere. In realtà, la ricerca pedagogica e psicologica evidenzia come tali approcci possano incidere profondamente sullo sviluppo emotivo, relazionale e identitario di bambini e adolescenti, lasciando tracce anche nell’età adulta.
Il mio interesse per questo tema nasce dalla consapevolezza che educare non significa plasmare o correggere, ma accompagnare. Riconoscere la presenza della pedagogia nera nei contesti educativi — talvolta in forme sottili e normalizzate — è un passaggio fondamentale per promuovere pratiche più consapevoli, rispettose dei bisogni evolutivi e della dignità della persona.
Ritengo sia una responsabilità professionale interrogarsi su come il potere educativo venga esercitato, su quali messaggi impliciti vengano trasmessi e su quali emozioni vengano autorizzate o negate nei processi di crescita. Solo attraverso questa riflessione critica è possibile costruire ambienti educativi capaci di sostenere l’autonomia, la fiducia e il benessere emotivo.
Parlare di pedagogia nera non significa giudicare il passato, ma assumersi la responsabilità del presente. Significa aprire spazi di dialogo, formazione e cambiamento, affinché l’educazione possa diventare sempre più un luogo di cura, relazione e sviluppo autentico. Il concetto di pedagogia nera viene sistematizzato dalla pedagogista tedesca Katharina Rutschky, che nel suo lavoro (Katharina Rutschky, Pedagogia nera. Le radici dell’educazione violenta), mette in luce come, storicamente, l’educazione sia stata spesso utilizzata come strumento di dominio, normalizzazione e repressione, piuttosto che come spazio di cura e accompagnamento. I suoi studi mostrano come molte pratiche educative violente o umilianti siano state giustificate in nome del “bene del bambino”, diventando culturalmente accettate e trasmesse di generazione in generazione.
Fermarsi, nominare e scegliere consapevolmente. Fermarsi prima di riprodurre automatismi educativi, nominare le dinamiche di potere quando emergono, scegliere pratiche che mettano al centro la relazione, l’ascolto e il rispetto dei processi evolutivi.
Solo così la pedagogia può tornare ad essere uno strumento di emancipazione e non di controllo, un luogo di crescita condivisa e non di paura. Il cambiamento educativo inizia sempre da uno sguardo che si assume la responsabilità di trasformarsi.





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