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La pedagogia nera riguarda davvero solo il passato?

4 ott
Tempo di lettura: 2 min

Quando parliamo di pedagogia nera, il pensiero corre facilmente a un'educazione appartenente al passato: punizioni, autoritarismo, umiliazioni, obbedienza imposta.

Eppure credo che la questione sia molto più vicina a noi di quanto vorremmo ammettere.

Perché non servono necessariamente una punizione fisica o una frase apertamente violenta.

A volte basta un bambino che piange da troppo tempo.Un adulto stanco.Un gruppo numeroso da gestire.Un rumore continuo.Tempi stretti.Un'organizzazione che non lascia spazio.Una giornata nella quale le richieste superano le risorse disponibili.

Ed ecco che può arrivare quel gesto brusco. Quella voce troppo alta. Quel «basta piangere». Quel bambino spostato con poca delicatezza. Quella minaccia detta quasi automaticamente: «Se continui così, allora...». Oppure il suo bisogno ignorato perché, semplicemente, in quel momento non c'è più spazio mentale per accoglierlo.

Non significa che ogni adulto che perde la pazienza pratichi consapevolmente la pedagogia nera.

Significa però che nessun professionista dell'educazione dovrebbe sentirsi completamente immune dal rischio di utilizzare modalità relazionali fondate sul controllo, sulla paura, sulla mortificazione o sulla richiesta di obbedienza.

Ed è proprio per questo che la formazione è fondamentale.

Ma la formazione, da sola, non basta.

Possiamo chiedere agli educatori di conoscere lo sviluppo del bambino, di saper leggere i suoi comportamenti, di regolare le proprie risposte emotive e di costruire relazioni rispettose. Ma dobbiamo anche domandarci in quali condizioni chiediamo loro di farlo.

Un professionista costantemente sovraccarico, inserito in un ambiente rumoroso, con gruppi troppo numerosi, tempi compressi, poco confronto con l'équipe e nessuno spazio di supervisione può avere molta più difficoltà a mantenere quella disponibilità emotiva che il lavoro educativo richiede.

Per questo la qualità educativa non dipende soltanto dalla competenza del singolo: dipende anche dalla qualità del contesto nel quale quella competenza deve potersi esprimere.

E poi c'è il bambino.

Come si sente un bambino quando l'adulto che dovrebbe rappresentare sicurezza diventa improvvisamente fonte di paura?

Un bambino piccolo non possiede ancora gli strumenti dell'adulto per contestualizzare ciò che accade. Non pensa: «La mia educatrice oggi è molto stressata».

Sente il tono della voce.Legge il volto.Percepisce la tensione del corpo.Sperimenta la distanza, la bruschezza, l'imprevedibilità.

E può imparare qualcosa di molto diverso da ciò che pensavamo di insegnargli: non necessariamente a comprendere una regola, ma a evitare la reazione dell'adulto.

È una distinzione pedagogicamente enorme.

E allora dobbiamo avere il coraggio di guardare anche l'altra parte della relazione: perché un adulto può non rendersi conto del male che sta facendo?

Perché alcuni comportamenti educativi sono stati normalizzati. Perché «si è sempre fatto così». Perché magari quello stesso adulto è cresciuto dentro modalità simili e ha imparato a considerarle educazione. Ma anche perché lo stress può restringere la nostra capacità di ascoltare, osservare e scegliere la risposta più adeguata.

Questo non significa giustificare comportamenti inadeguati.

Significa comprenderne i meccanismi per poterli prevenire.

Ed è qui che formazione, supervisione pedagogica, lavoro d'équipe e qualità organizzativa smettono di essere elementi accessori e diventano strumenti di tutela: del bambino, ma anche del professionista che di quel bambino si prende cura.

Forse, allora, prima di chiederci soltanto «Come possiamo avere educatori migliori?», dovremmo porci una domanda più scomoda:

Stiamo costruendo contesti educativi nei quali gli adulti siano realmente messi nelle condizioni di essere, per i bambini, gli adulti di cui hanno bisogno?




 
 
 

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